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LE FORME DI FINANZIAMENTO NELLA NEW-ECONOMY
- Il lancio della new economy
La nascita della new economy e l’entusiasmo esploso, hanno spinto gli operatori di private equity ad indirizzare parte delle loro risorse verso queste nuove opportunità di investimento. La comparsa anche da noi di soggetti inediti come gli incubatori hi-tech (esperti che supportano lo sviluppo dell’idea di business) ha ulteriormente arricchito lo scenario, contribuendo notevolmente ad ampliare l’offerta di risorse finanziarie e consulenziali a disposizione di chiunque abbia un’idea brillante da trasformare in un business di successo. Nelle pagine che seguono cercheremo di dare un quadro quanto più possibile chiaro ed esaustivo dell’attuale situazione del venture capital hi-tech italiano, mettendo a fuoco il mercato e la sua esplosiva crescita, delineando il panorama degli operatori al momento più attivi e facendo chiarezza sui punti chiave del processo di investimento, sia dal punto di vista dell’ “investito” sia nell’ottica dell’investitore. Innanzitutto è necessaria una premessa terminologica riguardante appunto le espressioni venture capital e private equity. Entrambi i termini identificano l’attività di investimento nel capitale di rischio di imprese industriali e commerciali, effettuata da parte di operatori specializzati (fondo comune di investimento o investment company) attraverso l’acquisizione di una partecipazione nella società, in un’ottica di medio- lungo termine e con l’obiettivo di ottenere una capital gain in sede di dismissione della partecipazione stessa. Nel contesto statunitense, dove l’attività di private equity ha una storia molto lunga, il termine ha sempre indicato nella sua globalità l’attività di investimento istituzionale nel capitale di rischio delle imprese; in funzione della tipologia di operatore che effettua l’operazione, all’interno del private equity si distingue poi tra venture capital e buy-out (tecnica finanziaria attraverso la quale il management o un altro soggetto acquisisce l’impresa, utilizzando per ripianare il finanziamento i flussi di cassa futuri all’acquisizione dell’impresa stessa). In Europa è invece in uso una distinzione più netta tra i due termini: con venture capital si indica l’investimento nel capitale di rischio realizzato nella fase di avvio dell’impresa, mentre con private equity si fa riferimento sempre alla partecipazione azionaria, ma effettuata in stadi del ciclo di vita dell’impresa successivi a quello iniziale. Ma passiamo ora ai numeri, Il mercato del venture capital italiano ha messo a segno nell’ultimo anno una notevole crescita: secondo i dati dell’Associazione Italiana degli Investitori Istituzionali nel Capitale di Rischio (AIFI), l’ammontare degli investimenti effettuati nel 1999 è stato pari a 3444 miliardi di lire, un incremento deII’88% rispetto al 1998, che aveva totalizzato “solo” 1829 miliardi. Nel 1999 le operazioni sono state 390, contro le 269 del 1998, e hanno riguardato complessivamente 309 imprese, contro le 227 del 1998 (fig. I). Questo boom degli investimenti è da imputare essenzialmente all’incremento delle operazioni di early stage financing in aziende o start-up della nuova economia: il peso percentuale degli investimenti in imprese hi-tech in termini di numero di transazioni effettuate neI 1999 è stato pari aI 30%, contro il 15% dell’anno precedente (fig. 2). In termini di ammontare di risorse investite. neI 1999 il 18% del totale è stato impiegato in nuove tecnologie: nel I998 la percentuale corrispondente era pari all’ 11% (fonte: AIFI). Secondo la classificazione dell’AIFI, il termine “hi-tech” fa riferimento all’insieme dei seguenti settori: comunicazioni, informatica, elettronica, biotecnologie e medicale. Nel 1999 l’ammontare investito in hi-tech è stato così suddiviso: telecom carrier 44%, telecom hardware 4%, altre comunicazioni 9%, Internet 14%, elettronica
11%, informatica 12%, biotecnologie 3% e medicale 3% (fonte: AIFI, vedi fig. 3). Un altro dato interessante riguarda la distribuzione della raccolta per tipologia di investimento: nel 1999 il 21% delle risorse raccolte è stato indirizzato a finanziamenti early stage, il 19% delle quali verso imprese hi-tech; il 42% è stato raccolto per investimenti nella fase di expansion, il 22% dei quali rivolto sempre ad imprese operanti nelle nuove tecnologie (fonte:AIFI, vedi fig.4).Precisiamo che i dati diffusi dall’AIFI non comprendono gli investimenti effettuati da operatori stranieri che non siano membri dell’associazione. Il venture capital italiano quindi sta cambiando, e non solo nella terminologia: così come negli Stati Uniti, dove peraltro il peso percentuale degli investimenti in aziende della new economy ha ormai superato il 50%, anche nel nostro Paese i venture capitalist sembrano aver raccolto la sfida della nuova economia e soprattutto della sua velocità, contribuendo ad accelerarla ulteriormente apportando il proprio valore aggiunto alle nuove aziende. Tale valore aggiunto il venture capitalist lo genera mettendo a disposizione non solo risorse finanziarie, ma anche un network di relazioni e la conoscenza approfondita dei mercati finanziari: tutti fattori che permettono alle imprese finanziate da questi soggetti di avere una marcia in più rispetto alle altre. Velocità è la parola d’ordine della new economy, e ciò vale anche per i venture capitalist che vi operano. Crescita sempre più rapida delle start-up, permanenza degli investitori nel capitale della società sempre meno estesa, performance dei nuovi mercati che spingono a ridurre il tempo intercorrente tra la nascita dell’azienda e la sua quotazione in borsa. Nella nuova economia lanciare un’azienda è come lanciare un prodotto, futuro imprenditore e venture capitalist devono lavorare insieme per massimizzare l’obiettivo comune: creare valore per dare vita ad un’impresa di successo. Ecco perché in questo speciale Commercio Elettronico si è voluto “mettere nei panni” sia del futuro imprenditore, riassumendo in dodici passi la procedura da compiere per “entrare nelle grazie” di un venture capitalist, sia dell’investitore, coinvolgendo a questo scopo alcuni dei più importanti operatori attualmente attivi negli investimenti in aziende hi-tech e invitandoli ad esporre le difficoltà di questo particolare settore di attività.L’aspirante “investito” troverà nelle prossime pagine anche un elenco con l’anagrafica e i principali investimenti degli operatori al momento più attivi, per orientarsi al meglio nella scelta del venture capitalist al quale sottoporre il proprio progetto. Il tutto senza dimenticare la priorità del mercato: non è vero che oggi qualunque idea che cominci per “e-” venga pagata a suon di miliardi; è il vantaggio di essere un first mover nel proprio settore ad essere valorizzato in misura notevole. Il venture capitalist serio non ha affatto dimenticato i fondamentali dell’economia, e anche se nella sua valutazione si fa un po’ guidare “dalla pancia”, certamente lo fa perché possiede l’esperienza necessaria per lasciarsi condurre dal proprio istinto.

 

     

   



- DALLA PARTE DELL'INVESTITO:
12 PASSI SULLA STRADA DEL SUCCESSO

- DALLA PARTE DELL'INVESTITORE
- NEW EONOMY / OLD ECONOMY: PROSPETTIVE

- DALLA PARTE DELL'INVESTITO: 12 PASSI SULLA STRADA DEL SUCCESSO
> I termini della new economy
> Business idea
> Business plan
> I primi contatti con il venture capitalist
> Il primo colloquio
> La valutazione della società e l'offerta
> Letter of intent
> Due diligence: l'esame dell'investimento
> Investiment decision
> I contatti
> Closing
> Collaborazione durante il periodo dell'investimento
> Exit o Way-out
 

  • I TERMINI DELLA NEW ECONOMY

  •  

Advisor
Soggetto incaricato di individuare e valutare le opportunità d’investimento per il fondo, ma non necessariamente dotato del potere di decidere se effettuare o no gli investimenti prescelti.
Bridge
Finanziamento ponte, è diretto a supportare un preciso progetto finanziario della società, come ad esempio il consolidamento della maggioranza o l’accesso alla quotazione in Borsa: in questo secondo caso il finanziamento è strutturato in modo tale da essere ripagato con i proventi ottenuti dalle sottoscrizioni del pubblico in sede di IPO.
Business plan
È un documento indispensabile per valutare l’idea imprenditoriale e decidere se procedere o no nell’investimento.
Deve contenere tutte le informazioni e i dati inerenti gli obiettivi, i mezzi, le risorse e le strategie che l’imprenditore intende adottare, in modo da permettere ai potenziali investitori di esprimere un giudizio sulla fattibilità e sulla convenienza economica dell’iniziativa imprenditoriale.
Nel documento l’imprenditore deve approfondire la conoscenza, tra le altre, di notizie relative allo scenario del settore d’appartenenza, l’andamento del mercato di riferimento, l’evoluzione dei consumi, l’individuazione dei concorrenti, l’analisi dell’offerta concorrente (prezzi praticati, tecnologia adottata, copertura del mercato, punti di forza), le possibili reazioni dei concorrenti, l’analisi della distribuzione, le analisi economiche e finanziarie del settore.
DCF: Discounted Cash Flow.
È il modello di valutazione finanziaria che pone il valore dell’azienda pari alla somma dei suoi flussi di cassa attesi, scontati ad un tasso espressivo del costo medio ponderato del capitale.
DeaI flow
Flusso di opportunità: indica il flusso sistematico di proposte d’investimento potenzialmente interessanti che giungono all’attenzione dell’advisor.
Due diligence
E la procedura di analisi del business plan effettuata dal potenziale investitore per valutare la bontà dell’investimento.
 Early stage
In questa fase il finanziamento è indirizzato alla sperimentazione del prodotto dal punto di vista industriale e di marketing. In questo stadio l’impresa difficilmente genera utili.
Equity
Capitale di rischio.
Executive summary
È un riassunto del business plan che, in una o due pagine al massimo, tratteggia l’iniziativa, gli obiettivi, le strategie, i costi, i finanziamenti richiesti e l’uso che si intende fare degli stessi.
Tale riassunto ha lo scopo di stimolare il proseguimento della lettura del business plan stesso evidenziando gli aspetti favorevoli del progetto e vendendone l’idea d’impresa.
Expansion
Comprende vari round di finanziamento: il second stage finanzia la prima fase di sviluppo della produzione e delle vendite, il third stage rappresenta lo stadio in cui l’impresa ha definitivamente superato la fase iniziale e si avvia a consolidare il proprio sviluppo e ad ampliare le vendite di un prodotto o servizio ormai perfezionato.
First stage
In questa fase l’industrializzazione del prodotto o servizio e l’introduzione sul mercato sono completate, ma deve esserne ancora valutata appieno la validità commerciale.
Fondo chiuso
Fondo comune d’investimento che raccoglie i capitali vincolandoli a medio e lungo termine: al contrario del fondo aperto, quindi, il patrimonio del fondo è fisso e predeterminato, perciò non è consentito al sottoscrittore di riscattare la propria quota di partecipazione se non al momento della chiusura del fondo stesso.
Data la loro natura, i fondi chiusi rivestono un ruolo fondamentale in qualità di finanziatori a titolo di capitale di rischio di piccole e medie imprese con elevate prospettive di sviluppo.
Incubatore
Soggetto che fornisce ad inventori ed imprenditori un ambiente di supporto e protezione allo scopo di sviluppare un’innovazione tecnologica o un’idea di business, trasformandola in un progetto idoneo ad essere finanziato da un venture capitalist.
Investment company
Soggetto che effettua operazioni di venture capital senza la creazione di un fondo, assumendo le partecipazioni direttamente nel proprio bilancio.
Investment proposal
Documento redatto dall’imprenditore allo scopo di convincere il potenziale investitore a concedergli il finanziamento: non si tratta di una copia del business plan, ma di un documento specifico, modellato al preciso scopo di catturare l’attenzione dell’investitore e convincerlo della bontà dell’investimento. A differenza del business plan, dove viene dato maggiore risalto ai piani operativi, nell’investment proposal vengono evidenziati soprattutto i piani finanziari della società e la sua appetibilità in termini di ritorni e di possibili vie d’uscita per il venture capitalist.
IPO
lnitial Public Offering. Rappresenta una delle vie di uscita dall’investimento maggiormente praticate dai venture capitalist: è la prima offerta al pubblico di azioni della società finanziata.
IRR
lnternal Rate of Return, tasso di rendimento interno: è il rendimento che l’investitore si attende dato il rischio sopportato.
Tecnicamente rappresenta il tasso di sconto che eguaglia il valore attuale dei flussi in uscita con il valore attuale dei flussi in entrata, a cui si aggiunge il valore attuale del portafoglio non ancora disinvestito.
Later stage
Finanzia la fase di maturità dell’impresa, il lancio di nuovi prodotti e l’ampliamento su nuovi mercati mediante la costituzione di nuove strutture produttive, o tramite acquisizioni esterne; spesso in questa fase intervengono gli stessi soggetti che hanno già finanziato la società in uno stadio precedente.
Letter of intent
Documento redatto normalmente ad uno stadio piuttosto avanzato della trattativa, con il quale le due parti intendono in qualche modo vincolare la negoziazione.
Di solito, la lettera di intenti contiene una stima approssimativa della società, l’ammontare del finanziamento e la quota o partecipazione che il venture capitalist avrà in cambio del finanziamento. Alcuni venture capitalist chiedono in questo caso anche un breve periodo di esclusiva”, che si protrae normalmente per il tempo necessario ad effettuare la due diligence, durante il quale il futuro imprenditore si impegna a non intraprendere trattative con altri potenziali investitori.
Managernent buy out/buy in
Con questo termine si indica la tecnica finanziaria che consiste nell’acquisizione della maggioranza di un’azienda matura da parte di un nuovo gruppo imprenditoriale, formato dai manager della stessa (buy-out) o da dirigenti esterni (buy-in), utilizzando allo scopo anche le risorse prodotte dall’attività caratteristica dell’impresa stessa.
Multipli
Nell’ambito del private equity è il metodo di valutazione più utilizzato: tecnicamente il valore dell’azienda è calcolato come prodotto tra il fatturato previsto (o il margine operativo lordo, il risultato operativo o l’utile netto, a seconda del multiplo prescelto) ed il rispettivo multiplo, stabilito in maniera empirica sulla base del confronto con un gruppo di società con business comparabili.
Portafoglio
Termine con il quale si indica l’insieme di aziende in cui il fondo detiene una partecipazione.
Pre-IPO
Finanziamento effettuato nella fase immediatamente precedente e strumentale alla quotazione in Borsa.
Private equity
Negli Stati Uniti con questo termine si indica tutta l’attività di investimento istituzionale nel capitale di rischio, mentre in Europa la distinzione tra private equity e venture capital riguarda la fase del ciclo di vita dell’impresa in cui avviene l’investimento: nel primo caso si intende il finanziamento degli stadi successivi a quello iniziale, mentre nel secondo caso si fa riferimento al finanziamento dell’avvio di impresa.
Seed
È l’investimento che avviene nella fase di sperimentazione di un prodotto o servizio, quando la validità tecnica ed economica dello stesso è ancora da dimostrare: in sostanza ciò che viene finanziato in questa fase è l’idea imprenditoriale, di conseguenza il rischio assunto dal venture capitalist in questo stadio è molto elevato.
Per contro, in questo momento del ciclo di vita, gli apporti di capitale sono relativamente contenuti.
Start-up
Nella fase di start-up il venture capitalist finanzia l’avvio dell’attività produttiva, quando esistono le premesse per costituire l’azienda e avviare l’impresa.
Trade sale
È una possibile modalità di disinvestimento per il venture capitalist e consiste nella cessione della partecipazione detenuta nella società finanziata a dei nuovi soci esterni alla stessa, siano essi altri venture capitalist oppure un impresa industriale.
Way out o Exit
Modalità di disinvestimento del venture capitalist. Si distinguono quattro vie principali: IPO, trade sale, cessione della maggioranza al management della partecipata (management buy-out) o al socio di maggioranza (buy-back), write off.
Write off
Rappresenta una modalità di disinvestimento non auspicabile per il venture capitalist, in quanto consiste nell’azzeramento della partecipazione a seguito, ad esempio, del fallimento della società finanziata.

  • BUSINESS IDEA

Alla base di ogni progetto di successo della new economy c’è un’idea funzionale, innovativa e spesso semplice. Quattro anni fa, l’idea di Amazon.com poteva apparire incredibile a molti, Il progetto di vendere libri via internet, una rete telematica ancora sconosciuta al grande pubblico, non dava molte garanzie di successo, ma Jeff Bezos aveva tutti gli elementi che rendono un’idea brillante un grande successo.
- un prodotto da vendere
- un modo innovativo di raggiungere
- potenzialmente tanti clienti

Spesso, nella new economy si dimenticano questi fondamentali della economia: una grande idea, un grande software non significano necessariamente un grande business. Se si vuole convincere un investitore, in questo caso un venture capitalist, a rischiare una determinata somma, la business idea deve essere pensata e ripensata in mille modi.Ad esempio:
- La mia idea può diventare veramente un prodotto o un servizio?
- Questo prodotto o servizio può incontrare i gusti e l’interesse di tanti clienti?
- Come arrivo a questi clienti?
- Ci sono già dei prodotti o servizi simili?
- Perché il mio sarà migliore?
- Quanto è grande il mercato per questo prodotto / servizio?
- Il prezzo che ho in mente è realistico?
e altre domande ancora. Una business idea va “testata” mille volte, e in questo contesto amici, partner o colleghi possono e devono recitare il ruolo dell’avvocato del diavolo: un’idea senza dubbi è impossibile, e il puro entusiasmo è un cattivo consigliere.
I venture capitalist spesso mettono alla prova le capacità del futuro imprenditore misurando l’efficacia delle sue risposte a questi dubbi e a queste domande.

  • BUSINESS PLAN

Ed eccoci alla prova scritta. Un business plan non è soltanto un mezzo per convincere un investitore ad impiegare i suoi soldi in un progetto. Un business plan è sempre espressione del livello di serietà della futura impresa e tradisce il futuro imprenditore sia in senso positivo sia in senso negativo.
Quali sono le principali caratteristiche di un buon business plan?
Un business plan deve essere innanzi tutto chiaro e semplice, non troppo tecnico. Questo riguarda sia la struttura sia il contenuto: già dall’indice e dall’indispensabile “executive summary”, gli elementi principali devono essere quasi intuitivi. Esistono vari modelli di business plan tipo e da alcuni siti si possono fare i download di questi modelli, fermo restando che alcuni elementi sono irrinunciabili:
I Executive Summary.
2 L’impresa (con il profilo e la mission del progetto aziendale).
3 Il prodotto o il servizio che si vuole vendere (con una particolare attenzione ai vantaggi per i potenziali clienti, lo stadio di sviluppo attuale e le tappe per l’obiettivo finale).
4 Il mercato (con una particolare attenzione al segmento nel quale si vuole operare, l’attuale e potenziale concorrenza e un’analisi della futura clientela).
5 lI marketing è una delle leve principali per raggiungere il successo. Un buon business plan deve descrivere attentamente il processo di acquisizione clienti, il momento d’ingresso nel mercato, la politica di vendita e gli strumenti che servono per il raggiungimento degli obiettivi aziendali.
6 Management e business partner sono degli elementi fondamentali per la valutazione del business plan da parte degli investitori. Molti venture capitalist sostengono addirittura che il team è il criterio decisivo per l’assegnazione di un investimento.
7 Rischi e opportunità devono essere valutati attentamente. In questo capitolo si esprime il “grado di consapevolezza” del futuro imprenditore. Un imprenditore che non sa valutare i rischi e cogliere le opportunità che si presentano, per definizione, non è un imprenditore.
8 La pianificazione a tre o a cinque anni.
Se nel passato i potenziali investitori chiedevano spesso una pianificazione a cinque anni per calcolare al meglio l’eventuale valore della società, per la nuova economia, dove tutto cambia con enorme velocità, una pianificazione a tre anni, spesso, è considerata sufficiente.
Questa pianificazione deve contenere:
-        le risorse umane
-        gli investimenti necessari
-        un ipotetico conto economico (profitti e perdite)
-        i flussi di cassa
9 Solo alla fine del business plan si evidenzia il fabbisogno finanziario della futura impresa (il glossario di questo speciale spiega in maniera sintetica i termini principali delle varie tappe di finanziamento: un preliminare seed financing, seguito dal vari “round” dell’espansione dell’azienda,fino ad un’eventuale quotazione in borsa.) La pianificazione deve essere coerente con l’ipotetico conto economico presentato al punto 8. Noi di Commercio Elettronico abbiamo visto tanti business plan e abbiamo incontrato più di una decina di aziende di venture capital. Il business plan ideale non esiste, però, senza una precisa descrizione del prodotto, senza un’attenta analisi di come si intende conquistare il mercato e, soprattutto, senza il tentativo di prevedere un conto economico, non esiste neanche la possibilità di ottenere un finanziamento da parte dei venture capitalist.

  • I PRIMI CONTATTI CON IL VENTURE CAPITALIST

In Italia operano diverse decine di società di venture capital. Spesso i confini con i fondi di private equity classici sono abili e il più delle volte i fondi non investono prevalentemente nelle imprese della nuova economia. Inoltre, anche il mercato del venture capital sta evolvendo rapidamente: i fondi si stanno specializzando seguendo le aspettative di redditività dei loro stessi investitori; alcuni di questi, sono diventati delle vere investment companies e sono quotate in borsa o stanno pianificando la quotazione.
Ad ogni progetto, quindi, corrisponde il fondo di venture capital più adeguato.
Sovente, chi investe la cifra più alta non necessariamente è il partner giusto, perché un fondo di venture capital “intelligente” non mette a disposizione solo risorse finanziarie, ma procura contatti, altri tipi di risorse e, a volte, i primi clienti.
Per una migliore conoscenza del venture capitalist, consigliamo di analizzare attentamente gli investimenti già perfezionati che, spesso, si trovano sul website.
È dunque sconsigliabile mandare business plan “a pioggia”: proporre un business plan a molti fondi può essere interpretato come un comportamento poco professionale. Commercio Elettronico pubblica in questo speciale un elenco delle società di venture capital al fine di orientare tutti i lettori interessati a realizzare un progetto di business con l’aiuto di un fondo.
E, comunque, consigliabile cercare il contatto con più di un fondo per rendersi conto di quali sono le effettive potenzialità di finanziamento del progetto; in Italia, ma anche negli altri paesi, spesso i fondi investono in un determinato progetto in modo congiunto. Questa strategia diversifica il rischio e crea alleanze.
Dopo aver analizzato il miglior partner potenziale, si parte per il primo colloquio.

  • IL PRIMO COLLOQUIO

È consigliabile presentarsi al primo colloquio con il “core team”. Come rilevato più volte, quello che conta per i venture capitalist o gli advisor del fondo è innanzi tutto il team o il management della futura impresa.
La presentazione deve essere chiara e semplice: la maggior parte dei venture capitalist è convinta che un’idea vincente si possa presentare in meno di cinque minuti.
È opportuno prepararsi soprattutto a domande “convenzionali”: fonti di fatturato, costi, personale, investimenti, cash flow e soprattutto quesiti sull’attuale e futura concorrenza.
Una descrizione precisa della situazione del mercato di riferimento è un plus importante.
È meglio dire apertamente ciò che il futuro imprenditore si aspetta dal venture capitalist: esclusivamente soldi, anche head hunting, contatti con partner tecnologici, accesso a vari network o simili, senza però avere aspettative esagerate.

  • LA VALUTAZIONE DELLA SOCIETA' E L'OFFERTA

Da questo momento in poi, molto dipende dal metodo del venture capitalist che avete contattato. Ne esistono due tipi:
- Il venture capitalist A discute apertamente il valore ipotetico e la partecipazione che il fondo può ottenere in cambio del finanziamento.
- Il venture capitalist B rimanda la valutazione e la richiesta di partecipazione a un colloquio successivo. Nel primo caso, spesso, si tratta di fondi piccoli o ‘informali”, nel secondo caso di fondi grandi e/o internazionali, organizzati con degli investment committee che hanno delle procedure ben precise. Come si può leggere nell’articolo “Dalla parte dell’investitore: 100 domande e 1000 dubbi”, non esistono dei calcoli precisi per definire il valore di una società non ancora esistente; senza dubbio, il fatturato previsto dopo due o tre anni di attività è uno dei parametri che saranno applicati. Il venture capitalist che propone dei finanziamenti molto elevati già al “primo round” punta spesso all’acquisizione della maggioranza della società. Anche certi incubatori propongono ai futuri imprenditori delle soluzioni favorevoli in cambio della maggioranza fin dalla nascita della società. L’imprenditore deve decidere in via preliminare se vuole cedere la maggioranza della società al primo o al secondo round in cambio di una crescita veloce, o se preferisce mantenere il controllo della società almeno fino alla quotazione in borsa. Inoltre, sulla base del business plan, è auspicabile parlare apertamente delle scelte strategiche generali del fondo interpellato.

  • LETTER OF INTENT

Se il fondo è interessato ad investire nella business idea presentata, di norma propone un documento chiamato “Letter of lntent” (LOl). In genere questa lettera contiene una stima approssimativa della società, la cifra da finanziare e la quota o partecipazione che il venture capitalist chiede in cambio del finanziamento. Dopo la stesura della LOI, alcuni venture capitalist chiedono un breve periodo di esclusiva”, durante il quale il futuro imprenditore si impegna a non avviare trattative con altri fondi di investimento. Normalmente, il periodo di esclusività vale per il tempo necessario a compiere la “Due Diligence”.

  • DUE DILIGENCE: L'ESAME DELL'INVESTIMENTO

Molti venture capitalist spendono parecchio tempo e denaro per esaminare minuziosamente una proposta di investimento. Questo non è un modo per ridimensionare le aspettative del futuro imprenditore, ma un segno di serietà; la decisione di effettuare un investimento senza prima aver svolto una due diligence approfondita deve rendere dubbioso il futuro imprenditore. Nei back office dei fondi d’investimento lavorano specialisti esperti nell’esame degli elementi del business plan: management, mercato, numeri. A domande precise bisogna rispondere con la massima franchezza, perché, spesso, nascondere degli elementi può portare alla bocciatura del progetto. Una consulenza esterna è spesso indispensabile, soprattutto quando si tratta di un investimento in soluzioni tecnologiche. La due diligence può essere anche l’occasione per migliorare il business plan e, spesso, è la prima dimostrazione di capacità e volontà di “apprendimento”.

  • INVESTIMENT DECISION

Avvolte è richiesta un’ulteriore presentazione del management team al completo davanti al comitato di investimento; in seguito il venture capitalist fa la proposta definitiva, vale a dire una certa cifra in cambio di una certa partecipazione societaria. Se il futuro imprenditore accetta queste condizioni, si passa alla stesura dei contratti.

  • I CONTATTI

I contratti derivanti dalle operazioni di venture capital sono articolati e complessi.
Spesso contengono molte clausole relative al raggiungimento degli obiettivi aziendali in funzione delle diverse tappe dell’investimento.
Ovviamente, il fondo d’investimento cerca di cautelarsi al massimo; è consigliabile fare esaminare questi contratti da un avvocato di fiducia, anche se gli spazi di manovra non sono molti.

  • CLOSING

Il closing è la chiusura formale dell’accordo.
I contratti vengono firmati da ambedue le parti e, secondo ciò che è stabilito nel contratto, i finanziamenti fanno capolino sul conto della società.

  • COLLABORAZIONE DURANTE IL PERIODO DELL'INVESTIMENTO

Come accennato sopra, le modalità di collaborazione tra fondo d’investimento e società investita sono molteplici. Una prima distinzione è tra fondi “hands on” e fondi “hands off”. Questi ultimi si limitano a chiedere meeting ad intervalli prestabiliti dove sono presentati i progressi della società e si analizza l’avvenuto o mancato rispetto del business plan, o sono concordate le variazioni all’iter societario. I primi, invece, partecipano attivamente alla vita della nuova società: alcuni venture capital founds hanno creato dei pool di consulenti in grado di dare un supporto fattivo all’attività dell’azienda. La situazione più vantaggiosa è avere all’interno del fondo una “interfaccia fissa”, una persona costantemente informata sui progressi o sulle problematiche della società; una politica di “fait accompli” rischia di portare a conflitti molto spiacevoli. Anche in questo stadio il comandamento principe è la chiarezza.

  • EXIT O WAY OUT

Spesso la forma di uscita del fondo è concordata all’inizio dell’investimento.
Negli statuti dei fondi, a volte, è contemplato il principio che ad un certo punto deve perfezionarsi l’uscita dalla società “investita”.
Solo con un’uscita, il denaro impiegato può tornare agli investitori. La durata della permanenza del fondo nella società dipende da moltissimi fattori; nella new economy la permanenza tende ad accorciarsi sempre di più. Ciò dipende dalla natura stessa della new economy, che fa registrare cicli di business sempre più veloci, e dal fatto che il processo di quotazione in borsa diventa sempre più breve.
Le modalità di uscita del fondo sono generalmente due:
- la quotazione in borsa, l’IPO
- il trade-sale o trade-off, la vendita della partecipazione o della quota ad un’altra società.
Con l’attuazione di quest’ultima fase l’operazione di venture capital è terminata. Se l’attività finanziata ha riscontrato successo sul mercato il risultato è duplice: la nascita di una nuova impresa ha generato capitale per un altra attività che il fondo di venture capital saprà trovare. Questo è il circolo virtuoso della nuova economia.

- DALLA PARTE DELL'INVESTITORE

 
> Deal flow
> Business plan
> Investiment deision
> La valutazione della società
> Cooperazione durante il periodo dell'investiento
> Exit

Il venture capitalist impegnato nel finanziamento di progetti della new economy fa una professione assai diversa dall’operatore di private equity degli anni passati. Nei progetti “classici” di management buyout o di ricapitalizzazione delle aziende dell’economia tradizionale contavano soltanto i numeri e la credibilità del management.
Contava l’azienda”in sè”, la sua solidità e la sua capacità di produrre flussi di cassa stabili. Il venture capitalist o l’operatore di private equity del passato era prevalentemente un analista finanziario.
Nei progetti della new economy il mestiere dell’investitore è diventato molto più complesso: con l’aumento esponenziale della componente di rischio, il venture capitalist della new economy diventa egli stesso imprenditore.
Le capacità di analisi finanziaria non bastano più, è necessario valutare mille aspetti che non sempre sono legati tra loro e prendere decisioni che, statisticamente, contengono un elevato numero di errori. Basti pensare che il 75% delle imprese della new economy non raggiunge il terzo anno di vita.
Nel comportamento del venture capitalist della new economy si riscontra una caratteristica del tutto nuova: l’entusiasmo per i progetti dei quali si occupa. Non a caso molti operatori di venture capital della new economy si esprimono usando termini da imprenditori impegnati nel lancio di un nuovo prodotto: si parla di “decisione di pancia” in opposizione alla “testa” dell’analista, o di “feeling” con il futuro management, termini familiari ai comitati di marketing delle multinazionali americane.
Dopo aver analizzato il processo di investimento dal punto di vista dell’investito”, cerchiamo ora di capire come il venture capitalist affronta il futuro imprenditore.
DeaI flow
La materia prima con la quale lavora il venture capitalist è il cosiddetto “deal flow”.
Con questo termine si definiscono tutte le proposte di investimento che arrivano al venture capitalist in un determinato periodo.
In tale ambito non esistono differenze sostanziali tra l’investment company che gestisce tutto il processo d’investimento e la società di advisor che svolge il lavoro di analisi delle proposte per conto di un determinato fondo.
La materia prima del deal flow è rappresentata in modo sempre più massiccio dai business plan che i venture capitalist ricevono da diverse fonti. Segnalazioni da terzi, invii spontanei da parte di aspiranti imprenditori o anche business plan generati all’interno dell’investment company o della società di advisor rappresentano una base consistente per i deal da realizzare.
Alcuni advisor, come ad esempio Pino Venture, che esamina le proposte di investimento per il fondo KIWI, riferiscono più di mille contatti all’anno, gran parte dei quali generati da business plan. In generale, solo una piccola percentuale di questi arriva ad un approfondimento specifico, e i deal realmente conclusi nei fondi piccoli o fortemente specializzati non superano la decina. Anche gli incubator rivestono un ruolo crescente nella generazione di deal; prima di ottenere un finanziamento dal venture capitalist, i futuri imprenditori devono essere in grado di dimostrare agli incubator il potenziale della loro business idea.
Business plan
Sull’importanza del business plan non tutti gli operatori sono concordi: secondo alcuni la qualità del business plan è un elemento determinante ai fini della valutazione del progetto di investimento, per altri si tratta di un fattore importante ma non decisivo. Secondo Gian Maurizio Argenziano di Eptaventure, advisor del fondo chiuso di diritto italiano Eptasviluppo, “Occorre fare una distinzione tra investimenti tradizionali e investimenti in aziende della new economy. Negli investimenti tradizionali il business plan può anche non essere perfetto, perché esiste la possibilità per il potenziale investitore di intravedere elementi interessanti che un concorrente può non cogliere, e comunque esistono spesso il tempo e lo spazio perché siano apportate al business plan le modifiche necessarie.
Al contrario, nella new economy questo processo di aggiustamento talvolta non è possibile, sia per la maggiore velocità con la quale i business corrono, sia per la quantità di business plan che ogni giorno arrivano sul nostro tavolo: per questi motivi è importante che il business plan di un’azienda della new economy sia fatto bene e che soprattutto il futuro imprenditore abbia già le idee ben chiare”,
Edoardo Lecaldano di Alice Ventures aggiunge:
“Non abbiamo nessuna preclusione ad assistere l’imprenditore nella redazione del business plan. Ritengo però che sia difficile trovare qualcosa di buono in un business plan fatto male.” Per Stefano Guidotti di Aksia, advisor del fondo Vermeer Equity Partners, “La qualità del business plan non è determinante ma è un buon indicatore di alcune delle qualità ricercate nei proponenti: chiarezza di idee, capacità di identificare le variabili di business, conoscenza del business in cui si vuole operare e del business model da adottare, capacità di definizione degli obiettivi di crescita, chiarezza circa la destinazione delle risorse richieste ai finanziatori”.
Investment decision
Come già affermato, negli ultimi anni la figura del venture capitalist è cambiata notevolmente.
Mentre l’operatore di private equity del passato era una persona con classico background finanziario, i venture capitalist attivi nella new economy provengono da tanti ambienti diversi e sono spesso manager o imprenditori di successo che giungono da ambienti tecnologici.Anche il loro linguaggio è cambiato.
Per molti venture capitalist l’investimento in una nuova società assomiglia al lancio di un nuovo prodotto: i fattori da valutare sono potenzialmente infiniti e difficilmente sintetizzabili in formule matematiche. La coerenza del business plan è sicuramente un fattore importante, ma le principali direttrici di valutazione sono il management e il potenziale di mercato per il nuovo prodotto o servizio.
Giorgio Ronchi di ETF Group indica nell’esperienza, la competenza e la “vision’ del management, già identificabile dalla consistenza del business plan presentato, la tecnologia o l’idea e il modello di business e la sua potenzialità di affermarsi sul mercato, la scalabilità del modello proposto abbinata al costo di scalabilità, vale a dire agli investimenti necessari per raggiungere gli obiettivi societari” i criteri fondamentali per decidere se effettuare o meno l’investimento.
Edoardo Lecaldano enfatizza il ruolo decisivo del team e indica indirettamente che non crede molto nella figura tradizionale dell’imprenditore singolo:
“Contano il team, la dimensione del mercato (preferiamo uno start-up che si propone di ottenere una quota piccola di un mercato grande), la scalabilità del business e la sua difendibilità, sia in termini di intellectual properties sia di marketing.
Poi riteniamo importante il fattore novità, il fatto che il business in un certo modo cambi il servizio o il prodotto”.Anche secondo Paolo Colonna di Schroder Ventures il management e il feeling con esso sono fattori decisivi nella valutazione dell’investimento, senza però dimenticare i fondamentali dell’economia:
“Guardiamo innanzitutto alla qualità del management, al modello di business, alle dimensioni del mercato e alla sua scalabilità e al fatto che lo startup sia o meno un first mover.Non ultimo, consideriamo anche quando e come si faranno i soldi, indipendentemente da quanto si potrà guadagnare con un’eventuale quotazione: un fattore di cui tutti sembrano essersi dimenticati nella new economy, ma che noi riteniamo ancora fondamentale.A mio parere in definitiva ciò che conta di più è “la pancia””.
Molta importanza nella valutazione dell’investimento viene dunque data a fattori intangibili: il feeling con il management, la convinzione e la fiducia nei loro piani porta alla cosiddetta “decisione di pancia”, l’istinto del venture capitalist esperto che “sente” se un progetto è buono o meno.
La valutazione della società
La valutazione delle start-up della new economy è al momento un tema ancora poco chiaro e controverso: i metodi di valutazione utilizzati finora dagli analisti finanziari non sono applicabili ad imprese, o meglio future imprese, per le quali non ci sono asset da valutare, non esistono multipli di mercato, è difficile prevedere revenue e flussi di cassa.
Alcuni cercano di aggirare il problema applicando un mix di criteri e individuando poi la valutazione più coerente con i vari criteri applicati.
Secondo Gian Maurizio Argenziano “La valutazione dell’azienda in definitiva dipende dal tasso di crescita della stessa, molto elevato per le società operanti nella new economy. Ritengo che il metodo del discounted cash flow non sia applicabile per questa tipologia d’investimento.
Noi preferiamo utilizzare il PEG o il valore dell’azienda raggiunti gli obiettivi del business plan attualizzato ad un tasso pari all’IRR che ci attendiamo dall’investimento”.
Per Edoardo Lecaldano la tendenza del mercato è un elemento guida della valutazione: “La tendenza di mercato, ossia il prezzo che il mercato offre in quel momento per la stessa tipologia di business, è un elemento che teniamo in considerazione insieme alla stima delle revenue e ovviamente alle condizioni della trattativa. Ritengo che i multipli siano privi di senso per questo tipo di aziende, e così il metodo delle opzioni, che giudico inapplicabile agli start-up, per i quali si può dire solo se avranno successo o meno”. L’inapplicabilità dei criteri di valutazione tradizionali è confermata anche da chi, come Sergio Sambonet di 3i, opera da tempo nel campo del private equity: “Il problema di chi, come noi, ha sempre fatto operazioni di private equity e MBO è quello di essere ancorato a modelli rigidi, inutilizzabili nella new economy.
La nostra valutazione dipende per un 30-40% dalle capacità manageriali, per un 10-20% dalle capacità industriali e per il restante 50% dal cosiddetto “gut feeling””.
Cooperazione durante il periodo d’investimento
Durante il periodo d’investimento venture capitalist e imprenditore possono collaborare secondo diverse modalità.
A volte l’investitore partecipa attivamente alla gestione della società creando apposite squadre di consulenti che si dedichino al supporto dell’attività aziendale: questo è il caso dei fondi “hands on”. Altri operatori, i cosiddetti fondi “hands off”, preferiscono non interferire nella gestione operativa e si limitano a chiedere riunioni a intervalli regolari per discutere dei progressi della società e dell’avvenuto rispetto dei piani presentati nel business plan. Per Giorgio Ronchi “il valore aggiunto che ogni venture capital può portare alle nuove società è rappresentato dalla qualità del suo management. Tipicamente un fondo di venture capital si distingue da altri fondi d’investimento, come i fondi di private equity, in quanto il suo management proviene da esperienze dirette nel settore Il e può portare una conoscenza gestionale alle società di start-up.
Tale supporto sarà direttamente proporzionale alla forma o al livello e ruolo di governance che il venture capital acquisisce nella società investita”.
Della stessa opinione è Gianluca Braggiotti di myQube: “Uno dei ruoli principali dei fondi di venture capital - e il nostro è un fondo combinato ad un’attività di incubator - è di liberare il giovane imprenditore dai problemi gestionali di start-up per permettergli di concentrarsi, almeno nella fase iniziale, sulla sua core competence.
Per questo motivo assistiamo le start-up dallo stadio embrionale fino all’IPO.”
Exit
In tema di tipologia di exit tutti gli operatori da noi contattati sono concordi nel definirla non condizionante ai fini della decisione d’investimento. Nessuno, nonostante le recenti performance del Nuovo Mercato, afferma di preferire l’lPO ad altri tipi di exit. Paolo Colonna enfatizza il ruolo di “motore della crescita” del venture capitalist:
“Tradizionalmente Schroder è un investitore con un orizzonte temporale di medio termine, che guida l’azienda in una crescita per acquisizione.
A differenza di un fondo chiuso, che ad un certo punto deve obbligatoriamente uscire dall’investimento, Schroder può permettersi di uscire nel momento in cui ha massimizzato il suo IRR, e con la modalità che ritiene più opportuna”.
Anche Sergio Sambonet dichiara flessibilità in questo senso: “Non abbiamo schemi di uscita predeterminati e non accettiamo, così come non proponiamo, regole di put-call e accordi di riacquisto.
Siamo flessibili: l’essenziale è che gli obiettivi degli investitori e dell’imprenditore coincidano da subito. L’orizzonte temporale dell’investimento dipende dai piani industriali dell’impresa: a differenza di un fondo chiuso, che deve per forza disinvestire entro un determinato periodo di tempo, 3i può permettersi di seguire una “natural exit’.
La durata media dell’investimento era di circa sei anni, ma ultimamente la situazione è cambiata, con gli startup che hanno uscite sempre più veloci grazie ai nuovi mercati che hanno fornito liquidità per questo tipo di investimenti”.

Ulteriore conferma viene da Gian Maurizio Argenziano: “Non abbiamo preferenze in merito alla via d’uscita. L’lPO è migliore dal punto di vista della visibilità che conferisce al venture capitalist, ma ha il difetto di essere molto più rigida nelle procedure da seguire; non è detto però che rappresenti la modalità di uscita obbligata dell’investimento in aziende della new economy: la via del trade sale non è mai preclusa”.

- NEW ECONOMY / OLD ECONOMY: PROSPETTIVE
Cosa pensano venture capitalist del boom della new economy? Secondo Paolo Colonna “lI boom durerà ancora molto, almeno altri IO anni: pochissime aziende sono internazionali e tutte hanno una quota molto piccola rispetto al mercato tradizionale”.
E Gianluca Braggiotti: “Bisogna creare le condizioni per cui la Old Economy e la New Economy interagiscano.
Può essere un vantaggio per entrambe.”
Certamente il basso tasso d’informatizzazione del nostro Paese rappresenta un handicap: ma ci sono delle possibilità di recupero in questo senso? “Dipende dai punti di vista.Dal punto di vista dell’utente a mio avviso ci sarà un recupero piuttosto veloce.
Il problema riguarda i produttori: le infrastrutture, il software, le procedure di pagamento e la logistica per l’e-commerce, tutto viene sviluppato e fornito da società straniere.
Mi sembra difficile un recupero veloce delle aziende italiane da questo punto di vista: la nuova economia nel nostro paese si svilupperà utilizzando infrastrutture fornite dall’estero” afferma Edoardo Lecaldano. Portare le aziende della old economy nella new economy è per gli operatori di private equity da sempre presenti sul mercato una sfida, da portare avanti non interferendo necessariamente nella gestione della società partecipata.Dice Paolo Colonna: “Non è detto che il proprio valore aggiunto il venture capitalist lo possa fornire soltanto interferendo nella gestione dell’azienda partecipata: negli investimenti in start-up della new economy noi portiamo l’esperienza maturata nella old economy e il valore aggiunto di un network internazionale”.
Il gioco del venture capital per la new economy è appena iniziato.Vinca il migliore imprenditore.

 

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